Ultimo Urlo - Inviato da: Ngiccu - Mercoledì, 30 Giugno 2010 12:24
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A dieci anni dalla scomparsa del prof. Carmine De Padova tra ricordi e aneddoti.

 

Kateja thome memes se me ke thene hunje (debbo dirlo alla mamma che mi hai dato botte).

  Con questa espressione , il piccolo “arberesh”, trapiantato a Taranto dalla nascita, reagì alla punizione corporale che ,come usava allora, gli aveva inflitto la Maestra.  La quale,allarmata ,

convocò  i famigliari per sapere che strano linguaggio l’alunno parlasse. Era  il 1937 e quel bambino era mio fratello. Mia Mamma andò al colloquio chiarificatore ; spiegò alla Maestra che la nostra famiglia veniva da San Marzano, paese di lontane origini albanesi, e che  probabilmente il bambino  “ si era confuso”.  Non seppe ,invece, spiegare che il bambino aveva parlato la lingua del cuore, quella che egli aveva succhiato dal seno di lei, insieme al latte. Quell’episodio ebbe il solo effetto di accrescere la di lei convinzione che noi figli dovevamo parlare solo italiano per vincere la vergogna di essere “ arberesh”. Per la mia famiglia quello era il modo di vivere la nostra diversità . La mia famiglia non costituiva una eccezione, né il suo modo di vivere la diversità dipendeva dall’essersi essa trasferita a Taranto. A San Marzano questo atteggiamento era molto diffuso e lo è ancora oggi,sia pure in misura attenuata. Cosi come lo è ,ma in misura decisamente minore, in tutte le analoghe comunità , diffuse nel Centro-Sud d’Italia.

Invece in altro ed opposto modo  concepiva e viveva la stessa diversità il Maestro  Giovanni De Padova, padre di  Carmine. Ed egli,”don Giovanni” , come lo chiamavamo in paese, lo ha trasmesso al figlio. Il quale gli ha dedicato il suo libro “Dy Miqte “ (I due amici)  con queste significative parole :“A mia madre e a mio padre che mi insegnarono l’amore per la lingua albanese e mi inculcarono nell’animo l’orgoglio di essere arbreshe. Sottolineo:“o r g o g l i o”   non  “ v e  r g o g n a “   E tutta la sua vita professionale ne è stata una continua e puntuale conferma.

Recentemente ho avuto occasione di esprimere un modesto giudizio sul “prof. Menino”,come lo si è sempre ed affettuosamente chiamato in paese ; il quale mi ha onorato della sua amicizia.

Premetto che essa è sorta e cresciuta per comunanza di intenti,ma a distanza; con non molte occasioni di incontro. Io non vivevo a  San Marzano . Ma credo di poter affermare che lo conoscevo bene e certamente lo ho sempre stimato e ammirato. Perciò, in questa occasione, ripeto che egli è stato un vero arberesh ; uno studioso che ha dedicato una vita al suo paese tanto amato. E’stato un uomo di multiforme ingegno : studi di glottologia, di lingua arberesh, di musica e di danza; esperienza di recitazione teatrale e cinematografica; audaci esperimenti di volo e di paracadutismo; non so che altro. Ed anche un po’ mattacchione. Basti pensare al

suo libro “Dy Miqte” ( I due amici ). Libro brioso e scanzonato, che gli ha procurato qualche problema a suo tempo. Uno spaccato di vita vissuta, bozzetti di una spontaneità ed ingenuità ammirevoli. Ma il suo capolavoro resta il lavoro svolto per lunghi anni , fra mille difficoltà e incomprensioni ; osteggiato dalle Istituzioni e non solo. Egli ha aperto la sua casa  a ragazzi e adulti che avevano voglia di seguirlo nel suo credo : l’insegnamento dell’arberesh scritto e parlato . E su questo argomento nessuno può esprimere un giudizio più compiuto,più preciso, più entusiasmante di quello che si ricava dal servizio realizzato nel 1978 da Rai-3 , della durata di ben sessanta minuti ,con il commento del famoso glottologo Prof. Tullio De Mauro. Servizio in parte riproposto ed arricchito nel 2007 con un brillante film-documentario del regista Marco Bertozzi : “Il senso degli altri”.

Documentario che è stato proiettato in questa occasione.

E non dimentichiamo che al tempo del prof. Menino non vigeva ancora la “ Legge 482/1999 di tutela delle minoranze… “.; né tanto meno la analoga Legge Regionale 6 / 2004. Leggi che, se utilizzate correttamente, consentono la realizzazione di tante iniziative,anche di gran rilievo. Sappiamo anche che, purtroppo, a volte c’è chi ci campa; ma questo è un altro discorso , che non ci interessa.

Però ,come dice una persona a me cara che lo ha ben conosciuto,non si può sfuggire alle domande con le quali ,da morto più che da vivo, il caro Menino De Padova interroga le nostre coscienze . Domande che io interpreto a mio modo :

  • Perché le tante famiglie ,come la mia, hanno vissuto e continuano ancora oggi a vivere la nostra diversità con vergogna ?
  • Perché a San Marzano più che negli altri paesi “arbereshe” questo intimo contrasto fra il “senso della vergogna” e “l’affermazione dell’orgoglio” è più stridente ?
  • Insomma, perché le Istituzioni municipali e scolastiche non hanno creato sufficiente interesse di conoscenza e dibattito intorno a questi temi ?

Un ultimo  allarme lo ha lanciato lo stesso prof. Carmine De Padova ,mentre si incamminava per l’estrema dimora, a conclusione del suo intervento in occasione del Seminario di studi per la didattica, svoltosi a San Marzano l’ 8 maggio 1999 su  ““Le Comunità italo-albanesi fra microstoria e arbereshe : il caso di San Marzano”” . Allorquando, senza mezzi termini , fra l’altro, ha detto : “…Il prof. Gallo, Arbreshe verace,aveva anni addietro presagito la fine della nostra lingua, componendo una triste poesia dal titolo  ‘’’ Gjha jona jet e vdese ‘’’(la nostra lingua sta morendo). Ed è vero. Peccato !!! E’ un patrimonio culturale immenso che scompare. Vari e,purtroppo vani , sono stati i tentativi di far rivivere la nostra cultura da parte delle autorità locali. Mentre asserivano di volersi impegnare per tutelare l’identità arbreshe attraverso lo studio della lingua albanese nelle scuole di SanMarzano, non si è fatto altro che politica partitica ,subdola ed ingannevole. E tutti gli impegni assunti in convegni ,seminari, conferenze,annualmente e costantemente non sono stati mai mantenuti…””

Il prof. Menino parlava , grazie alla sua vasta , nota ed apprezzata esperienza, con cognizione di causa. Ma anche io, non addetto ai lavori,  modesto lettore che fa tesoro degli studi altrui sulla cultura arberesh ;  io che  giro fra i tanti paesi arbreshe ( 51,per l’esattezza) mi dolgo per la poca attenzione al recupero della cultura arberesh da parte delle Autorità municipali e scolastiche del mio paese. Disattenzione che viene da lontano e non v’è alcun cenno di risveglio, malgrado sia vigente da  dieci anni la citata “ Legge sulla tutela delle minorane… 482 / 1999 “. Eppure basterebbe una visita, anche breve ,a qualcuno dei paesi arbereshe per rendersene conto. Ne cito solo alcuni,per esempio : Piana degli Albanesi, Civita, Santa Sofia d’Epiro, San Demetrio Corone, Lungro, Chieuti, ecc.

Voglio,però, concludere questo modesto intervento con l’augurio che veramente la speranza possa essere l’ultima a morire. 
 
 

12  dicembre  2009   -                                       De Padova   Cosimo arberesh di San Marzano . 




Da Amministratore, Lunedì, 28 Dicembre 2009 08:30, Commenti(0)
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